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08/09/2011 - Nel nome di Dante parlando d'Italia e di italiani

Patuelli ha esordito sottolineando che in questo cento cinquantenario dell’Unità d’Italia non si può ignorare o sottovalutare il ruolo anticipatore e identificativo di Dante verso il sogno risorgimentale di un’Italia libera, indipendente ed unita...
...Giuseppe Mazzini, alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, scrisse un significativo saggio sull’ “Amor patrio di Dante” sottolineando il sogno già trecentesco dell’indipendenza italiana “contro l’insulto straniero” e che “l’Alighieri, ispirandosi alle sciagure immense della sua patria, alle colpe a’ vizi che la eternavano, e all’anima sua bollente, mesta e severa …non ebbe riguardo a fazioni, a partiti, ad antiche amicizie; non servì a timor di potentà, non s’innorpellò ad apparenze di libertà, ma denudò con imparziale giudizio le anime ree, per vedere se il quadro della loro malvagità potesse ritrarre i suoi compatriotti dalle torte vie”. Mazzini rilevava che Dante inveiva “agramente contro le colpe, onde l’itala terra era lorda” come “suono di alta mestizia” come “genio della libertà patria che geme…e freme” gettando “quei semi d’indipendenza e di libertà” che vennero a maturazione con il Risorgimento e che furono colti, pur con progetti ed accenti diversi, da Gioberti, d’Azeglio, Cattaneo, Minghetti, Cavour e tanti altri.
In effetti Dante, nella Commedia, - ha rilevato Patuelli – definisce l’Italia: nell’Inferno la cita come “Di quella umile Italia”, precisando il confine orientale “ si com’a Pola, presso del Carnaro / ch’Italia chiude” e “Suso in Italia bella giace un laco / a piè de l’Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli, c’ha nome Benaco”, cioè, come scrive Sermonti, “nel Nord dell’Italia bella, ai piedi delle Alpi che, sovrastando il Tirolo, delimitano le terre tedesche (Lamagna), c’è un lago c’ha nome Benaco” cioè il Garda.
Le cognizioni geografico-strategiche di Dante erano abbastanza precise come evidenzia quando definisce la Romagna.
Nel Purgatorio Dante critica severamente le lotte intestine in Italia e lancia sull’Italia il suo più forte lamento: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello/ Chè le città d’Italia tutte piene / son di tiranni” dove, come commenta sapientemente Sermonti, “i vivi passan la vita a combattersi fra loro e si logorano in una rissa perenne”, con evocazioni che paiono la premessa del discorso (scritto da Farini e Cavour) del 1859 sul “grido di dolore”.
Ancora Dante nel Purgatorio cita “l’Italia morta”; nel tredicesimo dove parla malinconicamente di “Italia peregrina”; ricorda che Carlo I di Angiò scese in Italia (nel 1265) per conquistare il Regno di Napoli e poi parla dei venti di nord-est che raffreddano la dorsale d’Italia (evidentemente Dante conosceva la Bora che talvolta batte anche Ravenna). Perfino nel Paradiso l’Alighieri scrive dell’Italia, nel ventunesimo canto; infine, nel trentesimo parla dell’arrivo dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo in Italia per raddrizzarla prima che essa sia disposta a raddrizzarsi da sola. La lingua, la poesia e la letteratura italiana – ha aggiunto il Presidente Patuelli - hanno realizzato una sostanziale unità culturale secoli prima dell’unità istituzionale e civile. Comunque Dante, la lingua e la cultura italiana possono essere anche la carta decisiva per far scegliere Ravenna come capitale europea della cultura per il 2019, la vigilia del settimo centenario dantesco.
Passando alla Costituzione Italiana il Presidente Patuelli ha rilevato che lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848 rimase nominalmente in vigore per un secolo e, per merito soprattutto di Cavour, permise l’evoluzione in senso parlamentare delle istituzioni. Lo Statuto venne pensato, discusso e scritto in francese dai ministri pre-costituzionali di Carlo Alberto: il testo venne tradotto in italiano e sottoscritto in due versioni, in francese ed in italiano.
La versione italiana è frutto di una lingua semplice, dove i sudditi non sono ancora cittadini, ma definiti anche “regnicoli”.
L’articolo 62 dello Statuto disponeva che “la lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. E’ però facoltativo di servirsi del francese ai membri che appartengono ai paesi in cui questa è in uso, od in risposta ai medesimi”. La svolta anche linguistica determinata dallo Statuto era significativa trasformando uno Stato prevalentemente francofono in prevalentemente italiano.
Si trattava di soli 84 articoli, molto sintetici, in gran parte mutuati dagli Statuti costituzionali francese e belga dei primi anni Trenta dell’Ottocento.
Invece fu pensato e scritto in italiano lo Statuto che Papa Pio IX concesse ai suoi sudditi temporali il 14 marzo 1848: erano soli 69 articoli, quasi tutti brevi e chiari, ordinati con numeri romani. La firma papale e la datazione erano però in latino.
Ancor più nitidi e sintetici erano i sempre 69 articoli della Costituzione della Repubblica Romana elaborati, discussi ed approvati pubblicamente dall’Assemblea Costituente insediatasi ai primi di febbraio del 1849.
Il sogno nazionale italiano di quei costituenti era coerentemente sviluppato anche nell’utilizzo di una lingua tuttora assai moderna e corrente, oltre che con principi assai lungimiranti. Quei principi furono raccolti un secolo dopo dall’Assemblea Costituente della neonata Repubblica Italiana che si insediò a fine giugno 1946 inizialmente sotto l’emblematica presidenza di Vittorio Emanuele Orlando, il più autorevole costituzionalista di fine Ottocento e inizio Novecento che fu anche Presidente internazionale della Dante.
Il livello di cultura e di passione civile dei Costituenti era elevatissimo. Alla Costituente si ritrovò il meglio dell’Italia prefascista, antifascista e post fascista.
Venne elaborato un testo di 139 articoli chiari, ogni parola fu esaminata approfonditamente con dibattiti che rimangono di memorabile insegnamento e con voti su emendamenti che ne hanno nitidamente chiarito i significati.
Purtroppo – ha rilevato il Presidente Patuelli - diverse modifiche costituzionali degli ultimi decenni sono di ben altra e minore qualità giuridica e lessicale, come dimostra innanzitutto il nuovo articolo 117 (entrato in vigore nell’autunno del 2001) che si caratterizza per l’abnorme infinita lunghezza e per diverse improprietà di linguaggio giuridico.
I nuovi articoli costituzionali della riforma del 2001 sono scritti come se si trattasse di una legge ordinaria di mediocre qualità, invece che con quella consapevolezza solenne che deve essere non retoricamente propria di chi voglia riformare la Costituzione che è la legge suprema, simbolo e sintesi di civiltà – ha concluso Patuelli - che va sempre salvaguardata a cominciare dalla piena consapevolezza e dal rispetto della sua natura intrinseca.

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