di ANTONIO PATUELLI
Nuovi elementi sulla ’Vita di Dante’ emergono in un enciclopedico volume di Giuseppe Indizio (pagine 840. Edizioni libreriauniversitaria.it), soprattutto sulle tante peregrinazioni dell’esilio del Poeta dovuto alle sentenze penali di Firenze che lo colpirono con accuse infamanti di baratteria, cioè di corruzione nei pubblici uffici comunali di quando Dante vi ebbe incarichi.
Le pene inflitte all’Alighieri, che lo portarono al suo infinito esilio, furono particolarmente gravi e in continua progressione: pene pecuniarie, confisca dei beni, carcere, distruzione delle case, bando, menzione infamante negli Statuti, perdita dei diritti civili, morte sul rogo, decapitazione: una serie di crudeltà previste o dal diritto romano o da quello germanico-longobardo.
In particolare appaiono più definiti i viaggi dell’Alighieri a Bologna e in Romagna, luoghi che egli conosceva assai bene, come emerge dalla Divina Commedia e da altri suoi scritti.
Ancor prima dell’esilio, Dante fece il suo primo significativo viaggio proprio a Bologna a ventun anni, nel 1286, per ragioni di studio nell’allora più importante centro culturale della penisola.
In Romagna Dante esule, proveniente dal Mugello o dal Casentino, soggiornò e viaggiò molto più diffusamente. Forlì lo attrasse più volte e vi soggiornò anche perché Scarpetta Ordelaffi, Signore della città, era a capo della coalizione militare fra Ghibellini e Guelfi bianchi, la fazione cui apparteneva Dante e che era stata sconfitta e bandita da Firenze dai rivali Guelfi Neri, mentre altre città romagnole erano ghibelline. Per la prima volta Dante fu a Forlì nel 1302-1303, poi vi ritornò attorno al 1310: ogni sua permanenza era anche occasione per missioni in altre città della Romagna.
Già nel 1290, qualche anno dopo la morte di Francesca, detta da Rimini, ma originaria di Ravenna, Dante ne ebbe notizie anche perché il padre di Francesca, Guido da Polenta il Vecchio, era Podestà di Firenze.
Ravenna attrasse certamente Dante soprattutto come antica capitale, piena, ancor più allora, di basiliche e mosaici: l’Alighieri vi ci si recò già durante la sua prima permanenza a Forlì nel 1302-1303. Questa tesi è rafforzata da diversi elementi sulla conoscenza dantesca dell’antica capitale che emergono proprio da versi della Commedia, come ha anche dimostrato Ivan Simonini (ne “I mosaici ravennati nella Divina Commedia”, edizioni del Girasole) che ha messo a confronto i mosaici ravennati con le terzine dantesche che paiono ad essi ispirati fin dall’Inferno, quando è solitamente certa la presenza di Dante a Ravenna solo nelle fasi della scrittura di fine Purgatorio e del Paradiso.
Peraltro come si può pensare che Dante abbia scelto proprio Ravenna come sua (ultima) terra d’esilio senza aver prima ben conosciuto i Signori della città, i da Polenta, che avrebbero dovuto garantirgli protezione per la sua sicurezza personale?
Varie sono le ipotesi degli itinerari di Dante da Forlì a Ravenna, fra terre solide, poco paludose, o sui più brevi percorsi degli argini dei fiumi Ronco e Montone che dal forlivese raggiungevano allora Ravenna circondandone le antiche mura, prima delle loro deviazioni settecentesche e la nascita dei Fiumi uniti.
Quindi appare probabile che Dante sia venuto inizialmente a Ravenna ben prima della sua scelta come ultimo esilio e vi si sia ispirato vedendo gli antichi mosaici come immagini e film a colori di altri tempi, utili per le sue accurate descrizioni geografiche e di personaggi storici come Giustiniano, ma anche di flora e fauna, viste le somiglianze fra le tante vegetazioni e i diversi animali che compaiono sia nei mosaici ravennati, sia nella Divina Commedia.
