Sabato 13 giugno alle ore 11,00, presso l’Aula Magna della Casa Matha di Ravenna in Piazza A.Costa 3, si terrà la conferenza pubblica su IL MARE E I ROMANTICI INGLESI BYRON, PERCY E MARY SHELLEY: un viaggio tra poesia, mare e Romanticismo inglese, a cura dei proff. Gregory Dowling e D.saglia.
L’evento è organizzato dall’ Associazione Italo-Britannica di Ravenna in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio e l’Italian Byron Society.
Il mare, simbolo di libertà e di avventura, ha svolto un ruolo decisivo nell’immaginario romantico non solo come palcoscenico di avvenimenti storici decisivi ma anche come proiezione dell’io irrequieto, materia dal fascino senza pari perché caratterizzata dall’assenza di limiti, nella disperata ricerca di una dimensione dove acqua e onde diventano emblema di un tormentato mondo interiore senza punti fissi, talvolta contraddittorio. Per queste ragioni il mare è stato uno dei soggetti privilegiati dell’arte romantica dove il soggetto, in lotta contro tirannia, vincoli sociali e ipocrisia del mondo, può liberare il proprio io attraverso il viaggio alla ricerca di un approdo o nel sentimento di fuga fine a se stesso. Se nell’antichità il mare è stato fonte di sostentamento e via di comunicazione e di scambio, per i romantici è l’elemento che racchiude pulsioni dalla potente forza attrattiva, elemento in cui è possibile affermare la propria forza vitale come nell’atto del nuoto.
Se Percy Shelley mostrò uno scarso talento natatorio che ne mise a repentaglio la vita in più occasioni, lo stesso non si può dire di Lord Byron, un vero specialista del nuoto in acque libere. Gli aspetti legati alle imprese sportive del Lord ancora oggi stupiscono per la temerarietà e per l’eccezionale prestanza fisica di cui andava orgoglioso. Basti pensare che nella prima infanzia nuotò nei gelidi fiumi scozzesi e che nell’adolescenza praticò questo sport nel lago e nei difficili bacini d’acqua presenti nella casa nobiliare dei Byron a Newstead Abbey. Nel nuoto trovò appagamento e nell’acqua un ambiente naturale, questi elementi gli permisero di superare la menomazione congenita che l’aveva reso claudicante dalla nascita e che tanto l’aveva amareggiato. Nuotò anche alla Harrow School di Londra, al Trinity College di Cambridge, nel Tamigi poi in Portogallo e Spagna e nel Mediterraneo durante il Grand tour (rimarchevole fu la traversata a nuoto dello stretto dei Dardanelli il 3 maggio 1810, come il mitico Leandro, e la poesia che ne seguì), lungo la costa inglese, nel lago di Ginevra, nelle diverse località italiane (Venezia, Ravenna, La Spezia, Toscana, Liguria) e da ultimo in Grecia. Nella città lagunare si cimentò in una famosa gara di nuoto con Alexander Scott e il Cavalier Angelo Mengaldo: la gara iniziò dal Lido di Venezia e si protrasse fino al Canal Grande e Palazzo Mocenigo. I due inglesi staccarono subito Mengaldo e Scott si ritirò poco dopo il Ponte di Rialto, mentre Byron vinse la sfida giungendo solo a Palazzo Mocenigo. Il nuoto fu per Byron anche un legame che suggellò le sue più importanti amicizie fino alla fine dei suoi giorni. Quando Polidori, suo medico personale, a Ginevra, nel 1816, gli chiese in che cosa, secondo lui, gli fosse inferiore, Byron altezzosamente rispose che riusciva a nuotare per quattro miglia, scrivere un libro del quale venivano vendute quattrocento copie in un giorno, bere quattro bottiglie di vino e altro che non volle aggiungere.
Possiamo affermare che il mare è stato fondamentale non solo nella vita ma anche nelle maggiori opere di Byron, è l’elemento in cui l’eroe byroniano si rispecchia e cerca rifugio, è l’eternità.
Anche il poeta Percy Shelley, impulsivo e generoso, aspirante marinaio che non sapeva nuotare, fu letteralmente rapito dall’acqua e la sua ultima abitazione fu a San Terenzo presso Casa Magni, una villa prospiciente il mare. Mary e Percy amarono il litorale italiano e i sublimi panorami marini che divennero fonte di ispirazione di celebri rielaborazioni letterarie (per May il mare era “…flusso della passione, le cui fonti sono nella nostra stessa natura”). L’8 luglio 1822, Percy naufragò mentre faceva ritorno a casa con la sua imbarcazione (il Don Juan). Il corpo, in stato di decomposizione, fu trovato dieci giorni dopo sul litorale di Viareggio e successivamente, in piena estate, cremato alla presenza di Byron che nell’occasione nuotò fino alla sua imbarcazione e poi
tornò alla spiaggia (ustionandosi la pelle, oggi ancora visibile al Museo Byron di Ravenna perché conservata da Teresa Guiccioli). Il mare divenne per Mary un luogo ambivalente: bellezza sublime e disperazione. Nel romanzo apocalittico “The Last Man”, pubblicato nel 1826, il mare più che in ogni altro romanzo, riflette in modo particolare gli eventi biografici dell’autrice, esso costituisce una sorta di elemento catartico e l’estrema via di fuga dell’ultimo uomo sulla terra nel naufragio dell’umanità.